Commento n. 034 NS/2026
Una parte della maggioranza, che si riflette in una componente del cosiddetto campo largo, ha dichiarato guerra al Patto di Stabilità che governa l’Eurozona, considerato la madre di tutti i problemi. Può essere un tentativo di costruirsi un alibi, ma sospendere le regole europee non è di per sé una soluzione. Per dirla con un economista di Bruxelles, è come se per combattere il colesterolo, invece che mangiare meno salami, si chiedesse di alzare i limiti giudicati critici dai medici per le analisi del sangue.
Il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) è l’impianto di regole adottate dagli Stati membri dell’Unione europea per assicurarsi che i governi “adottino finanze pubbliche sane e coordinino le loro politiche fiscali”. È stato introdotto nel 1997, dunque prima della nascita dell’Eurozona, e poi modificato nel corso degli anni perché – Prodi dixit – fosse meno “stupido”. Per farla breve, esso si fonda su politiche di vigilanza sui disavanzi e sui debiti pubblici. Definisce obiettivi e andamenti la cui violazione porta a delle procedure per deficit eccessivo (non di “infrazione) attivate quando gli Stati non rispettano i parametri fissati, ovvero la tendenza verso il 60% del rapporto debito/PIL e la permanenza “sotto il 3%” per il deficit/PIL.
Con cadenza annuale, l’Unione europea verifica l’ottemperanza e, su proposta della Commissione, il Consiglio Ecofin (i ministri dell’Economia dei Paesi Ue) invia raccomandazioni o sollecita correttivi interni qualora i presupposti fiscali non rispettino il percorso tracciato dalle capitali.
Attualmente l’Italia, con altri nove Paesi, è sopra il livello valutato critico. La contabilità nazionale è stata ben imbrigliata dal governo Meloni, cosa che del resto è sempre capitata in questo secolo, in cui il fabbisogno – al netto del periodo pandemico – è stato gestito con prudenza. Nonostante il miglioramento, l'Italia è però rimasta in procedura dopo il 2025, con un deficit stimato al 3,1% del PIL e un debito pubblico in crescita, confermato al 137,1%.
Roma si era impegnata a tornare in regola a fine 2026, ma a metà dello scorso anno ha pensato che avrebbe potuto mendarsi con un anno di anticipo. L’obiettivo è stato mancato per un decimo di punto, una piccola distanza che suggerisce anche l’ipotesi di una leggerezza della Ragioneria.
La mancata promozione non ha avuto seguito sulla quotazione delle emissioni nazionali, i tassi non hanno reagito, segno che i mercati ritengono stabile e sostenibile la gestione del Tesoro. Lo spread è salito, ma solo come conseguenza dell’instabilità creata dalla guerra in medio Oriente. Nessuno, in questo momento, etichetta come problematico il dossier Italia. Non è cambiato lo spazio fiscale a disposizione.
In realtà la vera croce del Bel Paese è la crescita che non c’è. Sulla base delle attuali previsioni (che saranno con tutta probabilità riviste collettivamente al ribasso), nei prossimi quattro anni il PIL nazionale salirà di 2,6 punti, la variazione più fiacca dell’Unione europea (che presenta una media del 5,9) e del G7 (con media del 6,5). I problemi dell’economia tricolore sono oggi funzione della pesante incertezza internazionale, ma anche di scelte politiche da troppo tempo sbagliate e di cattiva manutenzione del motore del valore aggiunto.
Il Patto di stabilità garantisce la moneta unica. I conti in ordine proteggono da attacchi in caso di tempesta finanziaria e tengono basso il costo del debito (nel 2025 è stato di 87,1 miliardi). La gabbia di sicurezza può aprirsi in caso di “grave recessione”, cosa che grazie al cielo per ora non ci riguarda. Valdis Dombrovskis, responsabile del portafoglio economico nell’esecutivo comunitario, ha detto che per il momento le condizioni non ci sono, non ancora. Tutto dipende naturalmente da quanto a lungo si spiegherà la crisi energetica scatenata dall’attacco all’Iran.
Certo, Giorgetti ha motivi per sottolineare che “le circostanze non sono normali” e che anche le stime del governo potranno essere riviste. È un portamento realista che dovrebbe bastare a rendersi conto che sforare di un punto (22 miliardi) non cambierebbe il quadro, non farebbe vincere le elezioni e costerebbe un miliardo solo per servire il nuovo debito.
Bisognerebbe usare i dati per compilare una cartella clinica della realtà, distribuendo strumenti di sviluppo selettivi e non erogazioni tampone. “Crescita +0.6 nel 2026” – dice il governo – ben consapevole che sarà inferiore. Abbiamo un DNA manifatturiero, ma il fatturato industriale 2025 si è ridotto (-0,3 per cento) e il contributo della produttività al PIL è stato negativo. Senza i miliardi europei del PNRR saremmo in rosso. Il petrolio a 100 dollari traccia un nerissimo punto interrogativo sull’estate, sul turismo e sui servizi che hanno generato quel poco di espansione di cui abbiamo goduto. L’occupazione va, sebbene la precarietà sia elevata e il recupero del potere d’acquisto sia minacciato dall’inflazione. L’export tiene. La missione è difficile, non impossibile.
La crescita è un problema made in Italy. È del tutto improbabile che un pugno di miliardi di maggior debito a un anno dalle elezioni possa correggere il malessere di Paese dai grandi talenti che non riesce ad esprimersi come dovrebbe. Si potrebbe cominciare da una vera politica industriale lungimirante, dal riequilibrio fiscale, dalle infrastrutture, dal lavoro, dal mix energetico. Giorgetti ha ragione, “non basta l’aspirina”. Ci vuole una terapia ricostituente che non verrà con uno o due dispendiosi punti di sforamento del Patto.
Possiamo costruire con l’Europa un migliore ambiente – intervenendo sulle criticità del sistema Ets come favorendo l’erogazione di debito comunque a servizio di iniziative di sviluppo e competitività continentali - ma la crescita devono favorirla anzitutto i manovratori degli stati, con risorse interne e sfruttando gli strumenti a dodici stelle (vedi PNRR). Autosospendersi solitari dal Patto, per un Paese con un debito stellare, significherebbe minore fiducia dai mercati, tassi alti e debito più gonfio. Sarebbe una dichiarazione di impotenza, pericolosa e più costosa di un piano di riforme dagli effetti più solidi e duraturi.
*Consigliere Fondazione CSF

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