Commento n. 058 NS/2026
La scelta del movimento Ansarullah, meglio noto come Houthi, di circoscrivere sul piano regionale le proprie azioni militari contro l’Arabia Saudita risponde a una precisa logica strategica: mantenere elevata la pressione su Riyadh, contenendo al contempo il rischio di innescare una risposta internazionale a guida statunitense. Colpendo città, obiettivi militari, infrastrutture energetiche e civili, il gruppo yemenita mira ad aumentare il costo del sostegno militare saudita al campo anti-Houthi, al fine di ottenere dal Regno concessioni rilevanti sul piano politico che consolidino la propria sovranità su gran parte dello Yemen settentrionale.
Il “pieno supporto operativo” saudita alle forze affiliate al governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale segue l’annuncio dell’operazione Dawn of Yemen– una vasta controffensiva lanciata a inizio ottobre in risposta all’offensiva militare e all’espansione territoriale di Ansarullah lungo la costa occidentale del paese. Tuttavia, già nelle settimane precedenti, gli Houthi avevano accusato l’Arabia Saudita di aver condotto centinaia di attacchi aerei in diverse aree dello Yemen, tra cui Sana‘a e le province di Amran, Saada e Taiz. Sebbene le autorità saudite non abbiano ufficialmente riconosciuto la maggior parte di tali operazioni, il coinvolgimento del Regno si è articolato su più livelli operativi sin dalla ripresa su vasta scala della guerra civile in Yemen: dal supporto aereo e logistico alle forze governative yemenite fino agli attacchi contro obiettivi Houthi e all’impiego di consulenti militari a sostegno della pianificazione dell’offensiva terrestre. La postura adottata segnala una progressiva ricalibrazione dell’approccio saudita, in cui il restraint non implica più necessariamente l’esclusione dell’opzione militare.
Il nuovo braccio di ferro tra gli Houthi e l’Arabia Saudita si inserisce in un quadro di pressione preesistente. Dopo mesi di relativa calma, la minaccia di Ansarullah di nuovi attacchi contro asset strategici sauditi si intensifica a seguito dell’accusa rivolta al Regno di aver bombardato la pista di atterraggio dell’aeroporto di Sana’a per impedire il rientro da Teheran di una delegazione Houthi a bordo di un volo della compagnia aerea iraniana Mahan Air. A questo segue l’annuncio di un "blocco marittimo" contro gli interessi sauditi nel Mar Rosso. Se l’episodio dell’aeroporto di Sana’a ha rappresentato il pretesto, la logica sottostante a tale inasprimento della postura degli Houthi nei confronti dell’Arabia Saudita deve essere ricercata nel mutato contesto regionale post-28 febbraio – interpretato come una finestra di opportunità su cui il movimento intende capitalizzare per perseguire i propri obiettivi.
Gli attacchi contro il King Khalid International Airport, tra i principali snodi aerei che collegano l’Europa all’Asia, la sede centrale di Saudi Aramco a Dhahran e gli impianti del gigante petrolifero saudita, compresi quelli nella zona portuale di Yanbu – terminal sul Mar Rosso dell’East-West Pipeline e snodo strategico per l’esportazione del greggio saudita – mirano a colpire il cuore del modello politico-economico e di sicurezza su cui poggia Vision 2030. Una pressione militare e psicologica volta a rendere il sostegno saudita al fronte anti-Houthi sempre più costoso, oltre a imporre alla leadership saudita un complesso calcolo tra l’esigenza di reagire agli attacchi e quella di calibrare la natura e l’intensità della risposta.
A condizionare il confronto è l’asimmetria tra le due parti nella capacità di assorbire i costi del conflitto. L’Arabia Saudita è inevitabilmente più esposta alle ricadute economiche e di immagine degli attacchi, avendo basato la propria strategia di sviluppo e di proiezione internazionale sul brand di “rifugio sicuro” in un contesto regionale altamente volatile. A questa si associa un dilemma strategico legato alla natura non convenzionale dello scontro e alla difficoltà del Regno di tradurre la propria superiorità militare convenzionale in una leva negoziale effettiva, capace di ottenere concessioni politiche da parte degli Houthi. Tale disparità di vulnerabilità spiega perché Riyadh continui a privilegiare il sostegno aereo e logistico alle forze yemenite alleate, evitando un nuovo intervento militare diretto in Yemen. Per l’Arabia Saudita, la gestione dell’escalation risponde a un duplice imperativo: preservare la credibilità della propria deterrenza – dimostrando la capacità di proteggere il territorio e le infrastrutture strategiche del Regno – e, al contempo, contenere il rischio che la risposta inneschi una spirale di escalation difficilmente controllabile.
Centrale nella strategia saudita è inoltre il consolidamento della propria postura di sicurezza – anche al fine di compensare le carenze riportate dei missili intercettori e di altri sistemi di difesa aerea –attraverso la costruzione di un consenso più ampio, politico-diplomatico e logistico-operativo, mobilitando il sostegno di alleati regionali e internazionali. Resta tuttavia essenziale distinguere tra il sostegno alla sicurezza saudita – attraverso il potenziale rafforzamento delle capacità difensive del Regno, la protezione delle infrastrutture critiche e delle rotte commerciali nel Mar Rosso – e la disponibilità dei partner a intraprendere operazioni militari dirette sul territorio yemenita.
Riyadh si è rivolta ad alleati regionali e internazionali. Londra ha confermato il proprio sostegno militare e difensivo, mentre Parigi ha annunciato l’invio di truppe e sistemi di difesa per contribuire a proteggere la città portuale di Yanbu. Il Consiglio della Difesa Nazionale egiziano ha recentemente dichiarato la propria disponibilità a fornire supporto militare, senza tuttavia fornire indicazioni specifiche sulla natura e sulla delimitazione del perimetro operativo. Il rafforzamento della capacità di difesa aerea saudita, la condivisione di intelligence, un maggior coordinamento nel Mar Rosso – anche attraverso operazioni aeree e navali congiunte – potrebbero rappresentare alcuni dei principali ambiti di coinvolgimento egiziano. Nella stessa eventualità di un invio di forze, è difficile ipotizzare un coinvolgimento militare dell’Egitto in Yemen, alla luce di considerazioni politiche e di valutazioni militari interne al paese. Gli incontri di alto livello delle ultime settimane tra i tre paesi firmatari dell’accordo di difesa congiunta della Mecca confermano i preparativi tecnici per l’istituzionalizzazione della cooperazione militare. L’alleanza è tuttavia in una fase embrionale, con parametri operativi che dovranno essere definiti in conformità alle legislazioni nazionali, alle diverse percezioni della minaccia e agli interessi specifici delle parti firmatarie. Ankara e Islamabad hanno dimostrato un sostegno inequivocabile a Riyadh, ma appare improbabile che, nell’attuale contesto, siano disposte ad assorbire i costi di un impegno diretto in Yemen. Un contributo alla difesa aerea e al rafforzamento delle capacità saudite appare più plausibile. Dinanzi alla medesima riluttanza a farsi direttamente coinvolgere in uno scontro con gli Houthi, Washington ha annunciato un rafforzamento della cooperazione in materia di intelligence e di difesa. Le pressioni che gravano sulle capacità e sulle priorità militari statunitensi, insieme ai calcoli politici interni legati alle elezioni di metà mandato, contribuiscono a spiegare questa cautela.
Ogni ulteriore intensificazione dei bombardamenti sauditi contro le postazioni Houthi non potrà tuttavia eradicarne la minaccia. I successi di Ansarullah non dipendono, difatti, unicamente dal potenziamento delle proprie capacità militari, ma anche – e soprattutto – dalla frammentazione del fronte avversario, ovvero dall’assenza di una leadership forte e di un disegno politico capaci di ricomporre tali fratture, e dalla competizione tra agende regionali.
È in questo contesto che le divergenze strutturali tra Abu Dhabi e Riyadh in Yemen assumono rilievo. La crisi politico-militare tra le due capitali arabe del Golfo nel sud e nell’est del paese, tra dicembre 2025 e l’inizio di gennaio 2026 – conclusasi con il ritiro delle unità emiratine ancora presenti sul territorio – ha evidenziato che la competizione tra i due attori regionali non può più essere ridotta a divergenze tattiche. Per entrambi i paesi, la sfida è ora riuscire a controllare questa rivalità strategica, affinché la competizione rimanga entro certi confini senza degenerare in uno scontro diretto. Abu Dhabi continua a esercitare una significativa influenza lungo la fascia costiera meridionale attraverso i rapporti con le Forze di Resistenza Nazionale guidate da Tareq Saleh, il Consiglio di Transizione Meridionale (STC) e la sua ala paramilitare. Questa rete può consentire agli Emirati Arabi Uniti (EAU) di incidere sugli equilibri yemeniti a favore del fronte anti-Houthi senza intervenire direttamente sul campo, ma non garantisce, per l’appunto, la convergenza con gli obiettivi sauditi. Come evidenziato da alcuni esperti, le recenti dichiarazioni del leader del STC Aidarous al-Zubaidi – attualmente negli EAU – sulla necessità di una "mobilitazione popolare" contro l’avanzata degli Houthi mostrano come la disponibilità a combattere Ansarullah possa diventare una leva per rilanciare rivendicazioni separatiste incompatibili con gli interessi sauditi.
In questa prospettiva, la recente visita del Ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman (KbS) negli EAU per colloqui di alto livello con la leadership emiratina – incluso il Presidente Mohammed bin Zayed Al-Nahyan – preceduta dall’incontro a Riyadh, a fine settembre, tra il Vicepresidente degli EAU, Mansour bin Zayed Al-Nahyan, il Principe Ereditario saudita Mohammed bin Salman e lo stesso KbS assumono un significato che trascende il semplice simbolismo di una visita di circostanza tra le leadership di due vicini regionali. Due vicini che, da oltre sette mesi, sono ostaggio di una guerra imposta – quella lanciata da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran – e delle sue ricadute sull’intera regione. La sfida non si esaurisce nel contenimento militare degli Houthi, ma riguarda la capacità di costruire un fronte anti-Houthi politicamente coeso e sostenibile nel tempo. Riyadh, insieme ad Abu Dhabi, è chiamata a svolgere un ruolo in questo processo, favorendo e supportando un’intesa tra le diverse componenti yemenite, inclusi gli attori meridionali, per una prospettiva condivisa di governance futura in Yemen. Senza questo passaggio, ogni eventuale successo militare rischia di tradursi in un guadagno tattico momentaneo, senza creare le condizioni necessarie per costruire una leva negoziale credibile ed efficace nei confronti degli Houthi.
*Emily Tasinato è Visiting Fellow alla Fondazione CSF

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