Albertina Nania / 18 febbraio 2026
Commento n. 028 NS/2026
Dimentichiamo per un momento il rumore dei mercati. La trasformazione monetaria in corso si sta giocando altrove.
Mentre l’attenzione si concentra sui prezzi, istituzioni europee e banche centrali intervengono sul livello più profondo del sistema: l’architettura dei pagamenti. Il sostegno politico espresso dal Parlamento europeo al progetto di euro digitale consolida il percorso avviato dalla BCE verso l’introduzione di una moneta digitale pubblica, concepita come complemento al contante. Il dossier è ancora in fase normativa e tecnica, ma non appartiene più alla sola dimensione esplorativa. L’inclusione della funzionalità offline segnala una scelta precisa: trattare il pagamento digitale come infrastruttura critica, da progettare secondo criteri di resilienza e continuità operativa analoghi a quelli di altri servizi essenziali.
L’obiettivo non è sostituire il contante né competere direttamente con le criptovalute private. La posta in gioco è strutturale. L’area euro dispone già di infrastrutture di regolamento di rilevanza sistemica sotto governance europea, come TARGET e TIPS, che assicurano il settlement in moneta di banca centrale. Tuttavia, nel segmento dei pagamenti retail elettronici, in particolare nei circuiti di carte e nei servizi di accettazione, la dipendenza da operatori globali non europei rimane significativa. In questo contesto, l’euro digitale non si configura come sostituto delle infrastrutture esistenti, ma come potenziale integrazione pubblica in grado di rafforzare la resilienza e l’autonomia dell’ecosistema dei pagamenti al dettaglio. Non si tratta di un’impostazione ideologica, ma di una valutazione di policy sulla centralità dei pagamenti nel funzionamento dell’economia digitale.
Parallelamente, sul versante delle economie emergenti, la Reserve Bank of India ha proposto di inserire nell’agenda del vertice BRICS 2026 l’ipotesi di collegare le rispettive valute digitali sovrane per facilitare i pagamenti transfrontalieri. La proposta mira a favorire il regolamento diretto tra Paesi membri, riducendo tempi e costi di intermediazione. Non si tratta, allo stato attuale, della creazione di una valuta unica del blocco. L’approccio è pragmatico: costruire interoperabilità tra sistemi nazionali esistenti, consentendo regolamenti in valute locali e riducendo le frizioni nei flussi commerciali, con il potenziale effetto di attenuare la dipendenza dal dollaro in alcune transazioni.
Questa distinzione è rilevante. La strategia non punta a proclamare una nuova moneta di riserva alternativa, ma a sviluppare infrastrutture che rendano meno necessario il ricorso alle reti di pagamento esistenti. Si tratta di una logica incrementale, coerente con una configurazione multipolare dell’economia globale.
Ciò che accomuna l’esperienza europea e le iniziative discusse in ambito BRICS è lo spostamento del concetto di sovranità monetaria verso una dimensione infrastrutturale. Nel paradigma tradizionale, la sovranità si esprimeva principalmente nel potere di emissione e nella gestione della politica monetaria. Nel paradigma digitale, essa include anche la capacità di definire standard tecnici, governare reti di regolamento, garantire interoperabilità e presidiare i flussi informativi generati dalle transazioni.
In questo contesto, la competizione monetaria assume una configurazione diversa rispetto al passato. Non riguarda soltanto la stabilità macroeconomica o la profondità dei mercati finanziari, ma la capacità di progettare e gestire architetture digitali resilienti. Le infrastrutture di pagamento diventano parte integrante dell’equilibrio geoeconomico, poiché condizionano l’accesso ai mercati, la velocità degli scambi e la distribuzione del potere informativo.
Per l’Unione Europea, questo passaggio assume anche una valenza federale. L’euro è una costruzione sovranazionale con politica monetaria centralizzata e politiche fiscali prevalentemente nazionali. L’introduzione di una moneta digitale pubblica aggiunge un ulteriore livello di integrazione: una rete comune che deve operare in modo uniforme in sistemi bancari e contesti economici differenti. La progettazione dell’euro digitale diventa così un banco di prova della capacità europea di coniugare centralizzazione monetaria e pluralismo istituzionale.
Sul piano globale, l’emergere di più iniziative infrastrutturali (europee e legate al dibattito BRICS sull’interoperabilità delle CBDC) non segnala necessariamente una rottura improvvisa dell’ordine monetario dominato dal dollaro. Indica piuttosto una tendenza alla pluralizzazione delle reti. Un sistema in cui coesistono più infrastrutture interoperabili, potenzialmente regionali, riduce il grado di concentrazione e introduce nuove variabili nella geografia del potere monetario.
La questione strategica non è quale valuta prevarrà, ma chi definirà gli standard del denaro digitale transfrontaliero: chi stabilirà le regole di interoperabilità tra banche centrali, chi controllerà i nodi di regolamento, chi governerà l’accesso ai dati generati dai pagamenti digitali. In un’economia sempre più organizzata in reti, il potere si esercita attraverso la progettazione e la gestione delle infrastrutture.
Il 2026 non segna la fine dell’ordine monetario esistente, ma l’avvio di una sua riconfigurazione strutturale. La competizione non è più soltanto tra valute, bensì tra architetture. E nella geoeconomia digitale, chi definisce l’infrastruttura definisce anche le regole del gioco.
*Visiting Fellow Fondazione CSF

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