L’ora dell’esercito europeo

L’ora dell’esercito europeo

Federico Fabbrini / 20 febbraio 2026

Commento n. 029 NS/2026

Dopo quasi ottant’anni di pace nell’Europa occidentale, garantita dall’integrazione europea e dall’ombrello di sicurezza statunitense, la guerra è tornata nel continente, mettendo in discussione gli assetti consolidati della difesa europea. L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, preceduta dall’annessione della Crimea nel 2014, e l’inasprimento di conflitti regionali ai confini dell’Unione europea hanno evidenziato la vulnerabilità dell’Europa. Al contempo, l’incertezza delle relazioni transatlantiche ha sollevato dubbi sulla solidità delle garanzie offerte dagli Stati Uniti attraverso la NATO.

In questo scenario, in un nuovo libro appena pubblicato da il Mulino e intitolato “L’esercito europeo” argomento che la difesa europea debba essere ripensata in chiave autenticamente europea. La proposta non si colloca in una prospettiva militarista, bensì come strumento di tutela della pace, obiettivo originario del progetto di integrazione europea. Il libro analizza, da una prospettiva giuridica e istituzionale, la possibilità e le modalità di costruzione di un esercito europeo nel mutato contesto geopolitico successivo all’aggressione russa contro l’Ucraina e al ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. L’analisi si concentra sugli strumenti giuridici esistenti o storicamente concepiti per istituire una difesa comune, adottando un approccio cronologico e comparato. Il periodo considerato è quello successivo al 1945, in quanto la riflessione sulla difesa deve fondarsi sulla subordinazione delle forze armate al potere civile democraticamente legittimato, caratteristica essenziale degli ordinamenti costituzionali contemporanei.

Per chiarire il concetto di “esercito europeo”, il libro propone una classificazione teorica che distingue tra esercito statale, esercito confederale ed esercito federale. L’esercito statale è quello pienamente nazionale, subordinato esclusivamente al governo di uno Stato. Questa forma è oggi residuale tra le democrazie occidentali, poiché la maggior parte degli Stati europei partecipa a sistemi di alleanza. L’esempio paradigmatico di esercito confederale è la NATO, un’alleanza militare che mantiene eserciti nazionali formalmente distinti ma coordinati attraverso una struttura di comando integrata, con standard comuni e possibilità di attivazione collettiva in caso di aggressione.

L’esercito europeo, dovrebbe collocarsi oltre il modello confederale e assumere natura federale. All’interno di questa categoria si distinguono tre varianti: un modello duale o multilivello, in cui a eserciti nazionali si aggiunge un esercito europeo autonomo; un modello integrato, in cui le forze armate degli Stati membri confluiscono in un’unica forza sotto comando centralizzato; e un modello sussidiario, in cui gli eserciti restano nazionali ma possono essere temporaneamente posti sotto comando sovranazionale in caso di necessità. L’esperienza degli Stati Uniti dimostra la praticabilità storica di diverse forme di esercito federale.

Nel contesto europeo, il modello più avanzato di difesa comune è rappresentato dalla Comunità Europea della Difesa (CED), istituita con un trattato firmato a Parigi nel 1952 dai sei Stati fondatori della futura Unione europea. La CED prevedeva un esercito europeo integrato, finanziato da un bilancio comune e governato da istituzioni sovranazionali, fungendo da pilastro europeo della NATO. Sebbene ratificata da quattro Stati su sei, la CED non entrò in vigore a causa del mancato completamento delle ratifiche in Francia e Italia, aprendo la strada al consolidamento della NATO come architrave della difesa europea durante la Guerra Fredda.

Successivamente, con il Trattato di Maastricht del 1992, l’Unione europea si è dotata di una Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC) e di una Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC). Tuttavia, queste disposizioni non hanno creato un vero esercito europeo. Le missioni militari dell’UE restano basate su contributi volontari degli Stati membri, e i tentativi di istituire forze operative comuni, come i battlegroups o la Forza di reazione rapida del 2025, si sono rivelati limitati per dimensioni e capacità di impiego.

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha ulteriormente accentuato le fragilità dell’assetto vigente. Nel 2025 l’UE ha reagito su due fronti: da un lato, favorendo un massiccio aumento della spesa militare nazionale attraverso strumenti come il fondo SAFE e programmi di incentivazione del riarmo, anche in deroga alle regole fiscali; dall’altro, promuovendo una “coalizione dei volenterosi” guidata da Francia e Regno Unito per sostenere l’Ucraina. Tuttavia, queste iniziative presentano limiti strutturali: la frammentazione della spesa nazionale rischia di accentuare le asimmetrie tra Stati membri e di perpetuare inefficienze industriali; la coalizione intergovernativa manca di legittimità sovranazionale e di una catena di comando unificata.

Alla luce di tali criticità, questo libro propone di rilanciare la CED come soluzione giuridicamente praticabile e politicamente innovativa. Il Trattato CED infatti era già stato ratificato da quattro Stati su sei paesi che lo avevano firmato: dunque esso potrebbe entrare in vigore mediante la ratifica di Francia e Italia, creando un nucleo integrato di Stati all’interno dell’UE e della NATO. Tale soluzione consentirebbe di istituire un esercito europeo integrato con bilancio comune, meccanismi di approvvigionamento unificati e un sistema decisionale democraticamente legittimato, responsabile sia verso gli Stati sia verso i cittadini europei, e aperto all’adesione di altri paesi.

Pur riconoscendo gli ostacoli politici a questa prospettiva, il libro argomenta che la rivitalizzazione della CED rappresenterebbe una risposta coerente alle sfide attuali, offrendo all’Europa una capacità credibile di deterrenza e difesa, preservando al contempo la cooperazione transatlantica. In conclusione, solo attraverso una vera integrazione federale nel campo della difesa l’Europa potrà salvaguardare la propria sovranità, sicurezza e pace in un ordine internazionale sempre più instabile.

*Professore ordinario di diritto dell’UE presso la Dublin City University; Direttore Fondatore del Dublin European Law Institute; Fellow in International Security alla Harvard Kennedy School

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