Federico Fabbrini / 12 Ottobre 2026
Commento n. 057 NS/2026
Le crescenti minacce della Russia alla sicurezza europea—manifestatesi con sempre maggiore frequenza in questi ultimi mesi, con attacchi ibridi, sabotaggi e invasione dello spazio aereo alleato da parte di droni—stanno spingendo sia la NATO che l’Unione europea (UE) ha rafforzare la difesa continentale. Il tema della sicurezza, infatti, è stato al centro sia dell’ultimo vertice della NATO, svoltosi il 7-8 luglio ad Ankara, in Turchia; che dell’annuale discorso sullo stato dell’Unione pronunciato dalla Presidente della Commissione europea il 16 settembre a Strasburgo. Nonostante molti proclami, tuttavia, il rischio è che queste recenti iniziative producano tanto rumore per nulla. Sia la dichiarazione conclusiva del vertice NATO, che il discorso di Ursula von der Leyen, sollevano varie perplessità, mettendo in luce la crisi delle relazioni transatlantiche e le difficoltà di avanzare verso l’Europa della difesa.
Partiamo dal vertice NATO di luglio. Nella sostanza, la dichiarazione finale del vertice ha fatto tre cose: 1) ribadito il principio di difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica; 2) ricordato gli aumenti di spesa per la difesa da parte dei paesi europei della NATO e del Canada; e 3) promesso ulteriori aiuti militari a favore dell’Ucraina. Su ciascuno di questi punti, però, la dichiarazione finale è piena di ipocrisia.
Innanzi tutto, la dichiarazione finale riafferma come “impegno ferreo” il principio della difesa collettiva codificato nel famoso Articolo 5 del Trattato NATO. Tuttavia, nella realtà il principio dipende fondamentalmente dall’impegno degli USA alla difesa dell’Europa in caso di aggressione nemica. Ma questo impegno non è credibile—e continua a non esserlo—da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Anzi, la condotta degli USA—incluso il ritiro di truppe americane dall’Europa—irrimediabilmente danneggia la credibilità del principio di mutua difesa, avanzando minacce territoriali nei confronti degli alleati. Affermare sulla carta che l’Alleanza è solida non cambia la realtà—specie agli occhi dei nostri avversari.
Inoltre, la dichiarazione finale si impegna ad aumentare il sostegno all’Ucraina—70 miliardi di euro nel 2026, e altrettanti nel 2027. Anche questa affermazione però sembra essere il gioco delle tre carte. La maggior parte di quei fondi promessi, infatti, proviene dal prestito dell’UE a favore dell’Ucraina, già difficoltosamente approvato a livello comunitario in aprile. Dunque, nulla di nuovo, salvo l’aggiunta di ulteriori risorse da parte dei paesi NATO che non fanno parte dell’UE, inclusi Canada, Regno Unito, Norvegia e Turchia.
Infine e soprattutto, la dichiarazione finale riconosce e celebra l’aumento della spesa militare da parte dei paesi europei della NATO e del Canada, quantificata in 139 miliardi di dollari aggiuntivi di spesa militare nel solo 2025. Nella dichiarazione finale si afferma con compiacimento che i paesi europei della NATO si stanno diligentemente uniformando agli obbiettivi fissati un anno fa nel vertice NATO de L’Aia—con un impegno di spesa in difesa pura del 3.5% di pil annuo, unito ad una spesa del 1.5% di pil annuo sulla resilienza e sicurezza in senso più ampio—e che ciò sta contribuendo ad aumentare le capacità dell’Alleanza Atlantica. Sfortunatamente, però, anche questo non corrisponde del tutto a realtà. Certamente quasi tutti i paesi della NATO dal 2025 hanno aumentato le spese. Ma queste restano estremamente asimmetriche: se la Germania, stante la sua dimensione e stabilità economica, sta procedendo rapidamente verso un massiccio riarmo, la maggior parte dei paesi europei è in difficoltà ad avanzare in quella direzione—vuoi per limiti finanziari, come in Francia, vuoi per ostacoli sia finanziari che politici, come in Italia e nel Regno Unito. Per di più, l’aumento della spesa per la difesa nei paesi europei non sta per ora risultando in un reale aumento delle capacità operative. Causa frammentazione del mercato, mancanza di interoperabilità, e economie di scala ridotte, gli europei spendono più soldi, a beneficio dei bilanci delle aziende del settore difesa e aereo-spazio, ma le loro forze armate non sono davvero meglio capaci di difendersi senza l’aiuto degli USA.
Molte perplessità desta anche il discorso sullo stato dell’Unione di settembre della Presidente della Commissione europea, che sul tema della sicurezza ha sostanzialmente detto tre cose: 1) proposto l’adozione di un protocollo di sicurezza per situazioni di emergenza, una sorta di equivalente UE dell’articolo 4 del Trattato NATO; 2) sostenuto la creazione di un Consiglio di sicurezza europeo; e 3) annunciato la futura istituzione di uno strumento europeo per gli abilitatori strategici, finalizzato peraltro a rafforzare l’aiuto a favore dell’Ucraina.
Anche qui, però, le iniziative della Presidente von der Leyen rischiano di essere semplici proclami, privi di conseguenza pratica. Innanzi tutto, ai sensi dei trattati vigenti, la Commissione non ha poteri né per istituire un equivalente UE dell’articolo 4 NATO, né per dotarsi di abilitatori strategici – dal momento che nel riparto di competenze dei trattati la difesa rimane prerogativa degli stati membri. A meno di non intendere la proposta per un Protocollo d’emergenza come semplice attuazione delle disposizioni della clausola di mutua difesa di cui all’articolo 42(7) TUE, che comunque andrebbe attuata dagli stati membri.
Inoltre, l’idea di creare un Consiglio di sicurezza europeo – una specie di mini Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con membri permanenti e altri paesi che partecipano a rotazione – è una idea sbagliata che è destinata a incontrare resistenze. Non solo i paesi membri dell’UE (la maggior parte) che non sarebbero membri permanenti non accetterebbero mai la loro formale posizione di minorità. Ma l’idea stessa di creare un’istituzione che formalizza dinamiche egemoniche all’interno dell’UE contrasta con la logica che ha ispirato il processo d’integrazione europeo, dopo secoli di scontri per la supremazia continentale. Infine, in che modo un Consiglio di sicurezza europeo potrebbe migliorare la difesa europea, se gli eserciti, i sistemi di comando e controllo, gli approvvigionamenti e la spesa militare restano puramente nazionali?
Insomma, al di là di affermazioni di circostanza, sia la dichiarazione finale del vertice NATO di Ankara che il discorso sullo stato dell’Unione non hanno proposto soluzioni credibili per rafforzare l’Europa della difesa. Se la pax americana come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 75 anni è in via di esaurimento, è urgente spingere per iniziative più ambiziose, sul modello della Comunità europea della difesa disegnata nei primi anni ’50.
*Federico Fabbrini - Professore ordinario di diritto europeo presso la Dublin City University; Direttore fondatore del Dublin European Law Institute (DELI)
Senior non-resident Fellow at Fondazione CSF

It
En







