Islanda, la tentazione europea per il popolo del ghiaccio

Islanda, la tentazione europea per il popolo del ghiaccio

Marco Zatterin / 7 Luglio 2026

Commento n. 044 NS/2026

C'è anche chi ama l’Europa ed è un ottimo esempio. Micheál Martin, il Taoiseach - Primo ministro - irlandese, non ha avuto esitazione nell’inaugurare il semestre di presidenza in casa Ue assicurando che “pochi eventi nella nostra storia sono stati così trasformativi come l’adesione il primo gennaio del 1973”. Non solo. Il vice premier e ministro delle Finanze, Simon Harris, ha aggiunto che l’ingresso in quella che allora si chiamava Cee è stata “la migliore decisione che abbiamo preso dall’indipendenza”, gli ha fatto eco. Per provarlo, ha ricordato che all’inizio degli anni Settanta “il reddito medio irlandese era circa due terzi della media europea, il cosiddetto marriage bar, che obbligava le donne a rinunciare al lavoro, non era ancora stato abolito, e ci trovavamo ad affrontare l’anno più violento dei Troubles, che vide la morte di quasi 500 uomini, donne e bambini”. Memorie pesanti e lontane. Archiviate dal patto a dodici stelle.

Quello che arriva da Dublino è un chiaro invito a lavorare per l’Unione e, per chi la guarda da fuori, a fare in fretta a entrare nel club. Come l’Islanda, in questo momento, visto che il 29 agosto la nazione nordica andrà alle urne per rispondere Sì o No a una domanda semplice quanto gravida di conseguenze potenziali per il loro Paese: “I negoziati per l'adesione all'Unione Europea devono continuare?”.

La cronaca ricorda che Reykjavík ha presentato la richiesta nel 2009, ma dopo aver chiuso undici dei trentatré capitoli dell’intesa nel 2015 il dialogo è stato archiviato per mancanza di consenso. A quel punto, i sondaggi assicuravano che la maggioranza era per restare fuori e che i favorevoli navigavano intorno al 30 per cento. “Tutta colpa del pesce”, protestavano i fautori dell’accordo

Il Covid, poi l’aggressione russa in Ucraina, la disordinata politica estera con cui Donald Trump tenta di riscrivere gli equilibri delle relazioni internazionali, hanno riorientato gli umori. I Pro-Ue pesano metà popolazione, mentre i contrari non risultano arrivare al 40 per cento. L’esito della consultazione di fine estate è incerto, nonostante tutto. Eppure la Terra del Ghiaccio, così battezzata nel IX secolo da un esploratore norvegese, è vicina all’Unione quanto non lo è mai stata.

In realtà, i quattrocentomila islandesi hanno già più di un piede nel patto a dodici stelle. La vulcanica isola dei geyser è dal 1994 nello Spazio Economico Europeo, come Norvegia e Liechtenstein, per godere della libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali. Fa parte dell’area Schengen, ha firmato un partenariato di Difesa e un accordo di Cooperazione Giudiziaria con procedure di estradizione semplificate, modellate sul mandato d'arresto europeo.

ino ad oggi il rifiuto della piena adesione è stato legato principalmente a merluzzi, sgombri, aringhe e simili, secolare fonte di dissidi (e conflitti anche recenti) soprattutto coi vicini di sponda britannici. Come Davide contro Golia, i pescatori islandesi sono adusi a sfidare inglesi e scozzesi al grido di “in cod we trust”. L’hanno sempre spuntata. Del resto, il pesce vale il 12 per cento del Pil nazionale. Non potevano mollare.

Gente decisa e abituata al clima avverso, nella costituzione non hanno scritto i principi necessari per dichiarare una guerra, tuttavia questo non ha impedito loro di aderire alla Nato e affidarle il compito di occuparsi della Difesa.

Nell’immediato secondo dopoguerra, la loro isola era un avamposto americano nella guerra fredda con la Russia e il summit tenutosi a Reykjavík nel 1986 fra Ronald Reagan e Michael Gorbaciov è considerato un passaggio chiave nella rivoluzione che ha portato alla fine dell’Unione sovietica. Washington ha rinunciato alla presenza formale nel 2006, sebbene la penisola di Keflavík sia utilizzata come appoggio dalle forze a stelle e strisce. Si è insomma vissuto in equilibrio sino a che l’imperialismo putiniano ha aumentato la pressione sui confini occidentali dell’Europa e il rieletto Trump ha preso a dire troppe volte “Islanda” al posto dell’agognata Groenlandia, lapsus quantomeno ambiguo. I dazi hanno colpito duro. Risentimento e sospetti hanno inquinato il clima.

“Il referendum serve a decidere se dobbiamo riprendere il negoziato con Bruxelles”, assicura la 38enne premier socialdemocratica Kristrún Frostadóttir. “L'adesione garantirebbe stabilità economica e sicurezza in un contesto geopolitico turbolento - aggiunge la responsabile degli Esteri, Thorgerdur Katrín Gunnarsdóttir, ex giocatrice di pallamano, leader del partito liberale Rinascita - . Qualche volta non devi farti guidare dai sondaggi, ma condurre tu stesso”. Per l’ultima rilevazione Gallup il 52 per cento delle intenzioni di voto va verso il Si e il 48 per cento è contrario; a spanne, il sentimento pro-Ue è più a sinistra, quello sfavorevole è a destra. Partita aperta, si vede.

I pro-Ue ricordano che il 62 per cento dell’export di Reykjavík vola versa la comunità e che una maggiore integrazione darebbe evidenti vantaggi. Il dopo Brexit, l’assenza del Regno Unito potrebbe rendere più facile l’intesa sulla pesca. Per questo, Bruxelles spera in un ravvicinamento, magari con la possibilità di chiudere tutti i capitoli entro l’anno. Mentre si trova a proteggersi dai malmostosi schizzi interni dei sovranisti e delle parti estreme, essere scelta come garanzia dagli islandesi sarebbe per l’Unione una medaglia preziosa. Ancora più di valore, se una decisione positiva degli islandesi trainasse l’altro grande attore nordico, la Norvegia. A Oslo il dibattito sta decollando.

Ine Eriksen Søreide, da poco leader del partito conservatore norvegese, oppositore del governo laburista in carica, spinge per riesumare il negoziato con l’Ue affondato da un referendum nel 1994. Vuole giocarsela anche lei. La maggioranza in carica è grosso modo pronta. L’artista superstar Bjork, in genere cauta con la politica, durante la tremenda crisi finanziaria del 2008, quasi mortale per l’isola, proclamò “Aderiamo subito!” (poi basta, però). I pescatori fremono. I populisti del Partito Popolare continuano a far leva sull’identità senza essere compatti.

L’adesione filtrerà per le reti da pesca e dovrà vedersela con l’ombra lunga della Saga di Njáll, memoria storica nazionale con la sua antica legge dell’onore. La differenza, però, finiranno per farla altri due aspiranti eroi, Trump e Putin, pertanto a spingere gli islandesi fra le braccia del “potere morbido” europeo più che la passione potrebbe essere la paura. Non è molto, non è poco. E il resto si può pensare che arrivi col tempo.

*Consigliere Fondazione CSF

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